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Sara Angioletti

È tempo di wabi-sabi

È tempo di wabi-sabi

È tempo di wabi-sabi

C'è un'idea, nella cultura giapponese, che fatica a tradursi in una definizione unica. Forse perché non è un concetto, ma una sensibilità. Il wabi-sabi non descrive uno stile, descrive un modo di guardare le cose: accettare l'imperfezione, la transitorietà, l'incompiutezza come qualità, non come mancanza.


Il wabi-sabi insegna a esercitare il distacco dall'idea di perfezione assoluta, per riscoprire la bellezza di una creazione intuitiva e spontanea, forse incompleta ma sicuramente ricca di originalità. Ed è proprio in questo distacco che si nasconde la parte più difficile da accettare, soprattutto per chi lavora con la comunicazione, dove tutto sembra dover essere calcolato, rifinito, corretto fino a cancellare ogni traccia del processo che lo ha generato. Pinterest non ci aiuta in questo.


Inseguire la perfezione assoluta è, in fondo, un modo per rimandare.


Rimandare la pubblicazione, la condivisione, la decisione perché c'è sempre una versione più rifinita possibile all'orizzonte. Il wabi-sabi rompe questo meccanismo. Non perché la cura non conti (anzi, la richiede quanto e più della perfezione), ma perché sposta il criterio di giudizio: non "è privo di difetti?", ma "è vero, è sentito, dice qualcosa di autentico e lo dice nella maniera corretta?".

Un progetto che porta con sé i segni della propria origine comunica qualcosa che la superficie levigata non può comunicare: che dietro c'è stato un gesto umano, non un algoritmo di ottimizzazione.


La bellezza autentica di cui parla non nasce dall'assenza di ricerca e confronto, nasce da un'attenzione diversa, che accetta il limite del tempo, del materiale, del momento, e lo trasforma in carattere invece di nasconderlo.


Per chi lavora con le parole e le immagini, questo significa qualcosa di molto concreto: smettere di rincorrere una versione "definitiva" che spesso non esiste, e riconoscere quando un progetto ha già detto ciò che doveva dire, anche se non ha ancora detto tutto.


Questa riflessione nasce, come sempre, usando il tempo come punto di osservazione.


Se torno indietro, ai primi disegni da bambina, all'esame di maturità, ai primi esami in accademia ritrovo una specie di pace creativa, istintiva, pura, forte, che per tempo non sono più riuscita a rivivere a livello lavorativo. Per anni, nemmeno in qualche guizzo qua e là.

Questo perchè crescendo, quella spontaneità si scontra con il mestiere: le scadenze, il giudizio, la ricerca del risultato corretto. È un processo naturale, quasi inevitabile, ma è anche un processo che se lasciato correre senza controllo finisce per prosciugare proprio quella fonte da cui tutto era partito.


Con Ho:ra ho ritrovato l'equilibrio: l'esperienza era necessaria per padroneggiare gusto e spontaneità, ritrovando il piacere (e il tempo) necessario per ogni progetto.